Nei processi industriali l’impiego di gas tecnici, come azoto, elio ed argon è molto diffuso per diverse applicazioni. Vengono spesso percepiti come “sicuri” proprio perché non sono infiammabili e non sono classificati come tossici. È una semplificazione comprensibile, ma potenzialmente pericolosa: un gas non deve essere tossico per creare una condizione incompatibile con la vita.
Il punto critico è la respirabilità dell’atmosfera.
In caso di rilascio in un locale, in un’intercapedine, in una cella, in un pozzetto o in un’area poco ventilata, questi gas possono diluire l’aria e ridurre la percentuale di ossigeno disponibile. Il rischio è tanto più insidioso perché non sempre è accompagnato da segnali percepibili: niente odore, niente colore, nessuna irritazione, nessuna fiamma. L’operatore può quindi continuare l’attività senza accorgersi che l’ambiente sta diventando pericoloso. Quando compaiono i primi sintomi dell’ipossia, la capacità di valutare la situazione, coordinare i movimenti e chiedere aiuto possono essere già compromessi.
Quando l’ossigeno scende
| Valore di O₂ | Cosa indica | Possibili effetti |
| 20,9% | Percentuale ossigeno al livello del mare. | Condizione normale di riferimento per la respirabilità dell’atmosfera. |
| < 19,5% | Atmosfera generalmente considerata carente di ossigeno. | È una soglia di attenzione: l’ambiente deve essere valutato prima di consentire l’accesso o la permanenza. |
| 19,5% – 10% | Riduzione progressiva dell’ossigeno disponibile. | Possibili aumento della respirazione, accelerazione del battito cardiaco, riduzione dell’attenzione, difficoltà di pensiero e perdita di coordinazione. |
| 10% – 6% | Condizione gravemente sotto-ossigenata. | Possono comparire nausea, movimenti letargici e perdita di coscienza. |
| < 6% | Condizione estremamente pericolosa per la vita. | Possibili convulsioni, cessazione della respirazione, arresto cardiaco e morte. I sintomi possono manifestarsi rapidamente. |
La riduzione dell’ossigeno può avvenire anche a seguito di perdite apparentemente limitate, soprattutto se il rilascio interessa locali chiusi, controsoffitti, celle o aree con ricambio d’aria insufficiente.
La ventilazione generale, inoltre, non sempre è una garanzia: può essere efficace per ridurre la concentrazione media nel locale, ma non elimina necessariamente le condizioni pericolose nel campo vicino al punto di rilascio o in volumi parzialmente confinati.
Cosa emerge dagli infortuni
Il tema non riguarda solo gli spazi confinati in senso stretto. Molti eventi avvengono in ambienti “ordinari” che, in determinate condizioni, si trasformano in luoghi sospetti di inquinamento.
Con riferimento ai soli infortuni mortali avvenuti negli spazi di lavoro confinati, l’analisi INAIL/InFor.MO avente come anno di riferimento il 2017 evidenzia che l’asfissia rappresenta la principale natura della lesione, con un’incidenza pari al 64,4% dei casi.
È un’indicazione forte, che conferma quanto la mancanza di ossigeno sia uno dei pericoli più gravi e, allo stesso tempo, più sottovalutati.

Dato INAIL/InFor.MO, anno di riferimento 2017: distribuzione degli infortunati per natura della lesione negli spazi di lavoro confinati.
Due casi che aiutano a capire il problema
Un caso particolarmente significativo è avvenuto nello stato della Georgia, all’interno di una fabbrica di lavorazione del pollo. L’azoto era impiegato per il congelamento rapido della carne tramite un sistema introdotto solo poche settimane prima dell’incidente. L’evento causò 6 morti, 12 ricoveri e l’evacuazione di circa 130 persone. L’intervento di un manutentore, che riuscì a chiudere la valvola di isolamento dell’azoto all’esterno dello stabilimento, evitò conseguenze ancora più gravi.
Anche in Italia si sono verificati eventi analoghi. Nel 2012, all’interno di una cella di surgelazione IQF utilizzata per la raccolta del prodotto in lavorazione, un lavoratore fu trovato dai colleghi in stato di incoscienza. Venne soccorso, ma morì il giorno successivo.
La vicenda, richiamata anche in sede giudiziaria, evidenzia la criticità di impianti privi di adeguati sistemi di rilevazione, allarme e gestione dell’emergenza.
Le criticità ricorrenti
Dall’esame degli eventi emergono alcune carenze ricorrenti:
- mancata valutazione dei rischi da atmosfere sotto-ossigenate;
- assenza di una mappatura delle sorgenti di rilascio e dei volumi potenzialmente interessati;
- mancata installazione di ossimetri fissi o mancato utilizzo di rilevatori portatili prima dell’accesso;
- segnalazioni acustiche e luminose assenti, non visibili o non chiaramente associate al pericolo;
- formazione insufficiente sul comportamento dei gas e sui sintomi dell’ipossia;
- procedure di emergenza non adeguate.
Dato che il rischio non è direttamente percepibile dagli operatori, in quanto può manifestarsi senza segnali evidenti o facilmente riconoscibili, la prevenzione non può basarsi sulla sola esperienza o sulla percezione soggettiva.
Il supporto di ENNE2
Enne2 affianca le aziende nella valutazione del rischio da atmosfere sotto-ossigenate, adottando un approccio professionale e personalizzato, basato su analisi tecniche specifiche, costruite sulle reali caratteristiche degli ambienti, degli impianti e delle modalità operative.
L’obiettivo è individuare preventivamente le condizioni di pericolo, tutelare gli operatori e supportare l’azienda nella definizione di misure efficaci per la messa in sicurezza degli impianti.
Riferimenti
- Lgs. 81/2008, art. 66 e Allegato IV
- EIGA Doc 44/18, Hazards of oxygen-deficient atmospheres
- https://www.inail.it/content/dam/inail-hub-site/documenti/2017/06/Scheda11-InforMO.pdf
- AIChE – CCPS, Process Safety Beacon, aprile 2021
- Cassazione Penale, Sez. IV, 7 dicembre 2020, n. 34734, in Olympus – Università degli Studi di Urbino Carlo Bo





